Di qui (A. Cives)
"Ci sono giorni veri, ed io ci sono stato
Trattengo ancora la vita in uno sguardo.
E ho visto molte cose durante ogni mio viaggio
ed il ritorno non l'ho dimenticato"
Il mio primo vero lungo viaggio è stato quello in cui ho oltrepassato i confini del paese, erano gli anni novanta: Un biglietto interrail con cui attraversare in treno mezza Europa, uno zaino Invicta grande quanto il sottoscritto, una chitarra classica (la mia prima chitarra), pochi soldi, una macchina fotografica (non era digitale), pochissima dimestichezza con la lingua straniera (ancora oggi non è che ne abbia) e mio cugino Fabrizio che rappresentava l'elemento razionale di tutta l'avventura, il meno sprovveduto, l'esperto della spedizione, quello che prima di partire si era armato di manuali, guide e controguide da leggere durante il lungo viaggio in treno per pianificare il più possibile il nostro itinerario in modo ordinato. Fabrizio è la persona con cui parlo benissimo di musica, arte, cultura e di calcio soprattutto perché non sempre siamo d'accordo su questi argomenti ma, quando lo siamo, è davvero il massimo.
Le nostre tappe:
Roma, Principato di Monaco, Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Parigi, Nizza, Roma ;-)
Dormivamo negli ostelli della gioventù. Ricordo che una sera a Parigi siamo stati con la chitarra in piazza della Bastiglia a suonare e cantare le canzoni italiane assieme ad altri strani personaggi conosciuti sul posto, non c'erano soltanto italiani ma anche persone provenienti da altri luoghi del mondo, non posso stabilire con precisione se quello fu più un viaggio all'insegna delle immagini o più un viaggio all'insegna dei suoni, forse entrambe le cose.
Ricordo anche due bellissimi locali di Parigi, uno di questi era un pub affollatissimo come ancora non si era visto a quei tempi neppure a Roma, di quei pub con la musica di qualità ad alto volume in cui tutti stanno in piedi appiccicati perché c'è poco spazio e accennano con movimenti limitati e costretti una vaga volontà di ballare o comunque di muoversi a tempo di musica, ricordo delle ragazze parigine bellissime e credo se le ricordi molto bene anche mio cugino, poi mi ricordo di una discoteca non lontana dal Moulin Rouge, una bella discoteca che si chiamava Lokomotive (o qualcosa del genere), forse oggi non esiste più, non lo so con certezza ma ci abbiamo fatto le quattro del mattino e poi via verso il nostro ostello della gioventù con un taxi perché a quell'ora non sapevamo più come ritornare.
La prima volta che ho visto la Torre Eiffel mio cugino mi domandò: "A te che effetto fa vedere la Torre Eiffel per la prima volta?" ed io che prima di allora avevo visto la Torre Eiffel soltanto sui libri o sulle cartoline, io che non davo affatto per scontato che un giorno l'avrei potuta vedere dal vivo, risposi senza troppo pensarci in modo piuttosto colorito proferendo questo solo volgare ma significativo sostantivo: "Cazzo!" :-)
Ci stendemmo sul quel bel prato attorno a questo ferreo ed imponente monumento, mi piaceva stare sdraiato sul prato con gli occhi chiusi per poi aprirli e sorprendermi nel vedere la Torre Eiffel come se anche in quel momento fosse ancora la prima volta, non ci credevo proprio, mi trovavo sotto la Torre Eiffel e scattavo foto su foto con la visuale che partiva dal basso verso l'alto. Poi, il giorno successivo, quasi un'intera giornata trascorsa al Louvre con l'inevitabile pensiero al mio professore di storia dell'arte.
Amsterdam fu invece la tappa in cui arte, cultura e trasgressività si mescolavano formando un cocktail estremamente stimolante, poetico e che mi ha ispirato in futuro su molte cose: disegni, scritti e canzoni. Qualche anno dopo infatti, ai tempi dell'università, avrei scritto un racconto intitolato "La ragazza col cappello" ambientato anche ad Amterdam ed ispirato da un sogno fatto una notte, un sogno che probabilmente non avrei mai fatto se non fossi stato in certi luoghi di questo primo viaggio indimenticabile, un viaggio che poi ho voluto ripetere assieme a mio cugino l'anno successivo toccando questa volta anche Londra e credo che sia molto meglio attraversare la manica sempre in traghetto piuttosto che in treno, io ho fatto entrambe le cose e so che in treno ci si perde inevitabilmente quella meravigliosa ambientazione fatta di orizzonti di mare increspato e scuro, un piccolo brevissimo viaggio colmo di poesia e di marinai, di occhi chiari di viaggiatrici del nord bellissime e misteriose che fissano il mare in attesa di arrivare a destinazione.
Credo che ne io ne mio cugino potremo mai scordare la notte trascorsa in un ostello di amsterdam chiamato Kabul, ci capitò una stanza con tre letti mentre noi, eravamo in due e nella stanza, intenta a sistemarsi per la notte, una ragazza finlandese dai capelli rossi e la pelle bianchissima, capimmo ufficialmente che ad Amsterdam non ci si faceva alcun problema su nulla, bastava farsi due passi per respirare un'aria di tolleranza costruttiva propria di un luogo che aveva brillantemente abbattuto tabù quasi di ogni tipo: sessualità, prostituzione legale e controllata, libero uso delle droghe e integrazione non a senso unico come purtroppo non siamo ancora riusciti a fare qui in Italia.
Ad Amsterdam gli uomini politici, anche i più importanti, si recano sul posto di lavoro in bicicletta attraverso i ponti sui canali di questa seconda Venezia europea, ad Amesterdam vanno tutti in bicicletta, ad Amsterdam si mangiano dei dolci buonissimi. Ovviamente, non mancarono le visite al museo di Van Gogh e di Rembrandt, il bello è che Rembrandt l'ho scoperto in quell'occasione, c'è gente che lo scopre studiandolo sui libri, io invece entrai im quel museo senza saperne nulla e ne uscii con entusiasmo e voglia di disegnare, lo avrei fatto non appena fossi tornato a Roma.
Il ritorno di ogni viaggio è come un diario mentale da riordinare, un secondo viaggio più profondo in cui si fa un bilancio generale scrivendo nel pensiero un racconto fatto di nostalgia, lo avrei raccontato a qualcuno e mi sarebbe piaciuto essere ascoltato, creduto, condiviso e chi non lo avrebbe fatto, sarebbe stato relegato assieme al suo silenzio nella mia ironia più graffiante, io sono fatto così.
Viaggiavo seduto in modo scomposto sulla poltrona di quel treno apparentemente lento che stava attraversando metà stivale, ricordavo in silenzio e, guardando il paesaggio, provavo nostalgia per tutto quello che avevo salutato senza sapere se lo avrei mai più rivisto, è sempre così quando ci si è trovati bene in un posto, quando si lasciano quelle città che, anche se per uno o pochi giorni, ci hanno affascinato, commosso, emozionato e ci hanno fatto crescere. Tornavo con questa sensazione che si contrastava con la felicità del ritorno, con il lieto pensiero di tornare a mangiare un bel piatto di pasta come solo in Italia può accadere. Portavo a Roma un bottino fatto di ricordi, fotografie, pensieri, esperienze, uno spicchio di mondo diverso da casa mia ora non più sconosciuto come prima, per la prima volta mi sentivo, anche se forse esagero a dirlo, un vero cittadino del mondo, avevo visto in quindici velocissimi giorni metà Europa.
Credo di aver trascorso dei giorni veri perché so di esserci stato ed il ritorno, non l'ho dimenticato.
"E credo fosse allora che ho deciso:
Io passo di qui, non vedi che io
non mi fermo mai.
Tutte le mie idee erano solo idee
e adesso guardale...
Se tu mi segui di rose celesti nel pensiero vivrai.
Mentimi adesso e del tuo silenzio triste ironia sarai".
Di qui: Testo tratto dal brano musicale "Di qui" 2008/ 2010.
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