"Io nella vita spesso ne ho perse di occasioni
ed ho sbagliato, per questo ho dei rimorsi.
E Ho abbandonato tutto, persino i miei ricordi.
E ho cancellato anche chi mi ha ingannato".
Invece di scriverlo, il dettato della maestra io lo Disegnavo e forse è proprio per questo che non ci misi molto a diventare il ragazzino strano e problematico da affidare ad una maestra di sostegno. Con lei dovevo leggere e ripetere tutto il giorno una filastrocca illustrata in cui un semaforo parlante, nel cambiare colore, diceva ad un autobus bombato con gli occhi, il naso e la bocca sorridente di fermarsi o di andare avanti.
Creare per me era fondamentale, lo è sempre stato e, tutto quello che vedevo per strada, lo ridisegnavo sui fogli A4 che mio padre mi portava tutte le sere di ritorno dall'ufficio, disegnavo tutto, qualsiasi cosa, anche fatti visti durante la giornata e tutti mi dicevano che un giorno avrei fatto il pittore o qualcosa del genere, la maestra iniziò anche a dirmi che in futuro, una volta diventato adulto, mi avrebbe sicuramente visto per terra in ginocchio sul marciapeide a disegnare una madonna con il bambino e la cosa mi divertiva anche.
Nella mia classe, l'ora dedicata al disegno si riduceva sempre ad una misera oretta striminzita durante tutta la settimana e messa alla fine del sabato, proprio quando tutti i bambini sono stanchi di un'intera settimana e stanno già con la testa alla domenica.
Passavano gli anni ed io volevo sempre e solo disegnare, disegnare e ancora disegnare, finalmente ero alle scuole medie e nella materia di educazione artistica andavo benissimo anche nella teoria, mi piacevano le interrogazioni in cui guardando la fotografia di un'opera famosa bisognava descriverla dalla A alla Z.
Finalmente qualcuno apprezzava la mia passione e anche il fatto che illustrassi sul quaderno tutto quello che si studiava. Imparai a schematizzare e a sintetizzare, imparai il linguaggio del fumetto ed ogni anno ricevevo complimenti e premi per il miglior disegno della scuola.
La professoressa di lettere non si stancava mai di dire ai miei genitori che avrei dovuto scegliere questa strada e che per questo, dopo le scuole medie, avrei dovuto iscrivermi al Liceo Artistico anche se però poi a casa, i miei, dai discorsi che facevano, sembravano non essere d'accordo, continuavano a pensare che avrei dovuto iscrivermi al Liceo Classico perché così aveva fatto anche mia sorella e perché lei era stata bravissima e apprezzata da tutti i professori, avrei dovuto essere come lei, non avrei dovuto farle fare brutta figura perché in quello stesso liceo era ancora così stimata e apprezzata anche a distanza di qualche anno.
"Il liceo classico" mi dicevano "apre la strada a qualsiasi cosa vorrai fare, sarai accettato in ogni ambiente lavorativo, è una scuola completa che ti preparerà per tutto", insomma, anche se io avessi voluto iscrivermi al Liceo Artistico, non avrei proprio potuto, me lo avrebbero sempre impedito.
Iniziò quindi il periodo più sofferto di tutta la mia vita, io odiavo il latino, il greco, odiavo quell'ambiente così classista e pieno di polvere e di ipocrisia ma, soprattutto, odiavo non essere chiamato "Alessandro Cives", odiavo essere da tutti introdotto con la premessa che io ero solo il fratello di quella Cives tanto brava e indimenticabile spesso suscitando in molti l'interrogativo del perché io non fossi bravo come lei e, qualsiasi cosa facessi, il commento era sempre puntuale quanto scontato: "ma tua sorella questo lo faceva bene, tua sorella era brava... non come te!" Ogni volta era un confronto e, le stesse valutazioni sul registro dei professori, ne erano sempre condizionate: essere semplicemente da 6 era inaccettabile, ero il fratello di quella brava e quindi il mio 6 diventava un 5 o un 4 perché evidentemente non mi ero impegnato. Risucchiato da queste insopportabili dinamiche, fui subito bocciato al primo anno. Ero così intrappolato ormai in questa assurda guerra tra quello che semplicemente ero e quello che "semplicemente" volevano che fossi, che mi ero dimenticato di tutto, della matita, dell'album da disegno, dei colori, della fantasia. Avevo annullato la mia personalità, il mio interesse per tutto ciò che era creativo, ormai in quelle rare volte di libertà mentale in cui ritrovavo la voglia di disegnare, tutto mi veniva male, avevo perso la mano che avevo nell'infanzia, ero diventato banale e quando questo avveniva, mi sentivo dire che non c'era nulla di strano perché non ero così bravo come credevo di essere e prima o poi avrei scoperto quanto fosse stupido e inconcludente il mio sogno, insomma, dovevo addirittura sentirmi fortunato di quello che stavo diventando.
La mia vita ormai procedeva con questa convinzione, tra pomeriggi di studio e sofferenza in cui venivo spesso mortificato dalla mia famiglia per i miei voti a scuola, tra le domeniche allo stadio a seguire la Roma, i pomeriggi al Piper con i miei amici e, di tanto in tanto, qualche serata in pizzeria.
Quando tutto sembrava ormai soffocato, ecco esplodere in me la stanchezza ed il rifiuto di tutto questo mondo che non mi ero scelto da solo, erano i giorni delle fughe, delle lunghe diserzioni da quelle quattro mura di colore blu fangoso non tanto per via del colore originario della vernice quanto per la sporcizia depositata dal tempo.
Ritrovai il disegno, la voce alta e decisa ogni qual volta qualcuno volesse ostacolarmi e, inoltre, scoprii che tutto quel dolore, potevo raccontarlo e denunciarlo con le parole, con qualcosa che per me allora era semplice poesia.
Cometa
Culmine d'arcobaleno
spada senza rumore,
sono solo un disertore,
tu invece una collana che
per le grida del vento nella notte va,
passa inosservata,
hai il profumo dei giorni
e la forma di una vita,
Arrivi come una sventura
per tutti i popoli dell'alba,
Dove sei adesso gabbiano sporcato
dai miei occhi che non sanno ascoltare?
Ricordo che te ne volavi libero
ed eri contento così.Rispolverai una vecchia chitarra classica che, indovinate un pò, era già stata di mia sorella... ma ormai non ci facevo più caso e, in uno dei tanti pomeriggi trascorsi con i miei amici a fare su e giù per Via del Corso, decisi finalmente di entrare in un negozio Ricordi che allora si trovava a Piazza Venezia: Fu proprio allora che comprai un piccolo libricino con gli accordi per chitarra e vari brani da strimpellare per fare esercizio.
La sera, tornato a casa, tentai goffamente degi accordi del famosissimo giro di Do azzardando una sofferente e traballante "Sapore di sale" e "Il cielo in una stanza" :-) ma le suonavo proprio male :-)
Però mi sentivo soddisfatto peché avevo aperto alla mia vita un nuovo mondo: quando impari a suonare uno strumento... cambia anche la vita, cambia il cuore, cambiano i colori, i profumi, la voglia di tutto, ti senti di saper fare una cosa che non ti porterà mai ad un vicolo cieco, sentivo che il passo non era breve ma neppure lungo, sentivo che potevo creare qualcosa, comunicare, essere un nuovo Alessandro, un ragazzo che suonava degli accordi con la chitarra, un ragazzo che poteva anche scrivere una canzone ed in pochi mesi questo si realizzò davvero.
Strimpellavo la chitarra finché un giorno, quasi per gioco, successe che mi ritrovai assieme ad altri amici a stimpellare le canzoni dei Queen, dei Beatles, degli Oasis e dei Nomadi: due chitarre, un pianoforte e tanta voce entusiasta.
Suonavamo il sabato pomeriggio e sembrava idubbiamente un'attività molto più interessante del pomeriggio trascorso in centro o al Piper Club, infondo non avevamo neppure uno straccio di ragazza e quindi non rischiavamo di trascurare nessuno ;-).
Suonando, suonando e risuonando, ecco inevitabili le prime paroline in inglese scritte su un foglio con gli accordi inventati da noi, insomma, i ragazzini che si sentono d'un tratto le nuove rockstar, eravamo l'embrione di una band! una band che aveva tante idee immature e pochissima bravura.
Sulle orme dei miei nuovi miti, sulle orme di John Lennon, dei Beatles, degli Oasis... scrivevo tanti testi in inglese che, a rileggerli oggi ,divento rosso dall'imbarazzo, insomma, vero e proprio materiale da ricatto :-) in compenso me la cavavo bene con la poesia in italiano, infondo quale adolescente non ci è passato? ed io qualche anno dopo avrei anche vinto un premio per la miglior poesia dell'Istituto.
Le diserzioni mattutine dal liceo continuavano sempre più frequenti, mi sedevo assieme al bassista che, a sua volta, disertava l'università e, sui gradini di una chiesa, leggevamo la biografia di John Lennon scrivendo sul quaderno degli appunti gli accordi e le parole delle nostre prime composizioni beat e rock. Notti in giro a piedi, senza auto, parlando di quello che doveva essere il futuro, di quello che ci aspettavamo, freddo e nebbia per le strade di Roma, uno stupido e goffo tentativo di emulare i nostri miti con Coca Cola e Aspirina, anzi.. ah ah ah ah ah... VivinC .. che idioti!
Ma al tempo stesso, in una sala prova della nostra zona, stavamo facendo nascere I Line B.... assieme alla mia ennesima bocciatura a scuola :-)
Tra prove, sbagli e inevitabili litigi fanciulleschi seguiti da successivi riappacificamenti, cambiavano spesso anche le formazioni fino ad arrivare a quella che avrebbe calcato un palco per la prima volta, precisamente il palco dell'Akab, un locale sotto il Monte dei Cocci durante un concerto liceale di fine anno dell'Istituto d'Arte frequentato dal nostro batterista, eravamo in competizione con la famosa Italia - Francia del mondiale del 1998 in cui, il rigore sbagliato da Di Biagio, avrebbe inesorabilmente segnato la fine del cammino mondiale azzurro. Ovviamente, come al solito, molte persone preferirono la partita. Noi comunque eravamo lì sul palco con i nostri otto brani inediti in inglese e una cover del Led Zeppelin, noi con due chitarre, un basso e una batteria! Fighissimo!!! e dell'Italia fuori dal mondiale.. chi se ne fregava!?!
Quella band cambiò persone, nome e lingua, si chiamò Rm Fuel, i testi erano ancora in inglese ma poi, con il nuovo millennio, ecco finalmente la mia Band, la mia ragione di vita, i miei Timidi orizzonti, ecco che nascevano I Linea B e questa volta le canzoni erano tutte in italiano!
Nacque la consapevolezza che la nostra lingua era bellissima, la pronunciavamo molto meglio dell'inglese e poi.. cavolo!... siamo o no Italiani? :-)
I Linea B hanno suonato assieme per 10 anni, una Band con la B maiuscola, una Band di canzoni nuove! una Band geniale, unica, una Band che non potrò mai dimenticare, una Band che ha visto tutto e che ha trascorso ogni tipo di momento, dal più difficile al più esaltante, una Band e un disco meraviglioso intitolato "Timidi orizzonti"... ma, qualsiasi parola, non è abbastanza, sembra scontato dirlo ma è così. Purtroppo oggi tutto questo non c'è più ma la storia è lunga da raccontare e tornerò a parlarne raccontando tutto quello che c'è da dire e da ricordare fino a quell'ultimo giorno, il più lungo, il più anonimo, il più triste, quel giorno in cui finì tutto davanti ad uno sguardo spento e decadente. Dopo quel giorno ho cancellato anche chi mi ha ingannato.
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